Non ti Pago

LOC-NON TI PAGO_001

Titolo dell’opera: Non ti pago. (1940) 

Autore: Eduardo De Filippo.

Genere: comico, in dialetto napoletano. 

Durata: 150 minuti. 

Note di regia e breve delineazione della trama: 

Il gioco del lotto attraverso l’interpretazione dei sogni e degli eventi, spinto anche da un certo fanatismo, era esclusiva dei napoletani. Dico era, perché da qualche anno ho notato che anche nel Veneto ha preso corpo la smania del gioco del lotto e per di più con tutti i suoi accessori. Ormai nelle ricevitorie del lotto si assiste a lunghe e stressanti code, mescolate ad un’aria mistica e speranzosa e così, tra una superstiziosa coda ed un sogno da decifrare, ”l’occhio” teatrale mi ha fatto notare che quelle situazioni erano avvincenti e divertenti per realizzare una commedia. E chi poteva aiutarmi se non E. De Filippo? Ma si! È “Non ti pago” la commedia più adatta per divertire ancora una volta il pubblico e magari ispirarli, con nuovi “segreti” riportati nella stessa commedia, a giocare e a vincere.

Ferdinando Quagliuolo ha ereditato il fatale “banco ‘e lotto” dal padre Don Saverio, l’onnipotente fantasma, la cui apparizione onirica come dispensatore di numeri, attribuirà alla commedia la fisionomia paradossale di un contenzioso spirito-giuridico sulla proprietà legittima dei sogni. Ferdinando, doppiamente colpito dalla vincita straordinaria del suo fortunatissimo impiegato (Bertolini) e dalla pretesa di costui di diventare suo genero, si impadronisce del fatale biglietto e si rifiuta di pagare. La sua “pazzia” cresce man mano che la commedia va avanti, lo porta a scontrarsi con l’intera famiglia; quel biglietto è suo di diritto: il padre Don Saverio, ha dato in sogno i numeri vincenti a Bertolini, convinto di trovare nella camera, un tempo sua, il figlio Ferdinando. Un’avventura strana, che non a caso si risolverà alla fine del secondo atto: dopo che “l’Anatéma” lanciato da Ferdinando avrà sortito i suoi catastrofici, tragicomic, effetti sullo stesso Mario Bertolini, diventato sfortunato.

Anche in quest’opera il pranzo diventa metafora del teatro; il tutto poi si risolve intorno ad un piatto di spaghetti, ma con un “colpo di scena”.

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